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Focus, Moving Waves

Tra yodel e canti montanari



Moving Waves è un disco soggetto a continui dibattiti riguardo il suo valore effettivo.
Ho sentito opinioni oscillare tra “si salva solo la uno” e “greatest prog work!”.
Sarei portato a dire che “la virtù sta nel mezzo”, ma in realtà le cose sono un po' diverse e ora vi spiego: la famosa “uno”, “Hocus Pocus” è una traccia dall'incredibile forza trascinante, innovativa, con in suoi riff di chitarra e la parte cantata in yodel di Thijs Van Leer. Insomma un brano hardrock ma sinfonico. Quello che poi rimane nel disco è un raffinato e soave prog, molto melodico e sussurrato, non senza alcuni momenti più rumorosi, ma pur sempre una musica rilassata. E questo stacco fra le due anime del disco ha fatto perdere di vista al pubblico quale sia l'identità del gruppo. Tutti si sono sentiti trascinati da Hocus Pocus e poi di fronte alle altre, aspettandosi “roba forte” e trovando invece brani più intimi hanno storto il naso. Sono certo che se fosse stata esclusa dal disco questa prima traccia, nessuno avrebbe detto niente di male, ma il contrasto che si avverte è in effetti troppo forte.
Come già detto, dunque Focus è una band (from Netherland, vi ricordo) che riesce bene sia a dare forti emozioni che a creare atmosfere rilassate. E così è nei brani che seguono Hocus Pocus. Ad esempio la title track è una dolcissima interrogazione sulla natura delle onde come forza vivente, accompagnata dal solo piano.
E infine la suite “Eruption” che copre la seconda facciata del lp, è' una suite poco pretenziosa, ma ben riuscita e ascoltabile senza molto impegno: i vari temi fluiscono senza soluzione di continuità e armoniosamente, regolarmente. Commoventi o aggressivi gli assoli di chitarra e convincenti gli assoli di batteria, a regola d'arte quelli di hammond. Il finale un po' in sordina e soprattutto poco autocelebrativo, con la batteria che rieccheggia lontana insieme al flauto.
Tirando le somme veramente un buon disco, tra aulismo ed elegia (per la serie “due piccioni con una fava”), vale veramente la pena di averlo anche perché è una delle non molte testimonianze di prog-rock mitteleuropeo.

La formazione comprende: Jan Akkerman alla chitarra, Havermanns al basso e alla voce, Var den Linden alla batteria e infine Thijs Van Leer all'hammond, harmonium, mellotron, flauto, piano e yodel!

Che altro dire? Forse non è un “must”, ma di certo un pezzo piacevole da ascoltare del prog '70.

Falangher.