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Recensione dischi: El Camino, The Black Keys

Il fantastico duetto ripropone un Rock 'n' Roll grezzo e duro, che sembrava ormai dimenticato



Orfani dei White Stripes e con i Kings of Leon più impegnati ad apparire sulle riviste di moda che a fare musica, The Black Keys rappresentano uno degli ultimi baluardi di un certo tipo di Rock ‘n’ Roll, rumoroso e sofferto, vero anestetico per l’anima, suonato con il cuore sulla strada e una Hummingbird scordata.
Con il suo settimo album, il combo di Akron, vuole porre l’accento sulla natura girovaga del Rock ‘n’ roll sin dalla copertina, su cui trova posto un vecchio furgoncino Chrysler, incrostato di polvere come le Interstate che attraversano gli Stati Uniti. Anche il titolo, El Camino (scippato da un vecchio modello di Chevrolet), suggerisce che quello che abbiamo fra le mani non è un semplice disco Rock ‘n’ Roll, ma un vero e proprio viaggio, un cammino appunto, attraverso gli States, vissuto lungo le corde della chitarra di Dan Auerbach e le consumate pelli della batteria di Patrick Carney.
Il disco si apre con l’inconfondibile urlo della grassa chitarra di Dan, che sputa il riff assassino di Lonely Boy, pezzo irresistibile (quanto il suo divertente video), a metà fra il blues della Chess Records di Chicago e il funk anni ’70, quello vero, sporco e sexy come la San Francisco di Sly Stone.
El Camino, nella sua sfacciata essenzialità, dimostra come sia ancora possibile sorprendere ed ispirare con il Rock ‘n’ Roll, senza dover scendere a patti con il manierismo o sacrificarne lo spirito rivoluzionario. The Black Keys, quindi, non sbagliano un colpo regalando a Brothers un degno successore, forse più “ruffiano”, ma di indubbia qualità; un disco su cui scatenarsi quando le cose non vanno per il verso giusto e che ci farà innamorare, ancora una volta, di questo dannato rock.

Falangher.